Studio di Pedagogia e Psicomotricità

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Creare il gruppo classe nel percorso psicomotorio

Pubblicato il 24 giugno 2015 alle 04.32 Comments commenti (1603)
Dentro alla dimensione scolastica uno degli obiettivi principali dell'intervento psicomotorio è sicuramente il sostegno alla formazione e all'integrazione del gruppo classe.
quando si forma una classe, soprattutto pensando ai primi anni della scuola primaria, si attivano nuove alleanze e  nuove naturali conflittualità che vanno gestite sia dall'adulto che dagli stessi bambini in un clima solidale.
L'ora di psicomotricità è una sorta di ora concentrata in cui i bambini possono vivere i processi di socializzazione intensamente: sperimentano il legame stretto con l'altro, la dipendenza dall'altro, l'espressione di sé con la scoperta delle risorse persanali che possono muovere il gruppo. Una balletto tra autonomia e dipendenza in risposta agli entrambi giusti e buoni bisogni di riconoscimento e appartenenza..
C'è una differenza caratterizzante tra i corsi di psicomotricità extrascolastici e i percorsi proposti nella scuola. In entrambi i casi la psicomotricità vuole favorire la trasferibilità dell'esperienza: scopro le mie risorse  (espressive, di gestione del conflitto, della frustrazione, di progettazione e concretizzazione .....) in un contesto e le riporto in un altro.
A scuola il gruppo di psicomotricità è la realtà quotidiana, l'ora di psicomotricità è allora una prova di alternative: la trasferibilità è diretta, dalla palestra alla classe, esprimo me stesso nel rispetto e nel pioacere della vicinanza dell'altro, muovendoci in un azione condivisa.

Ecco, quindi, qualche breve perché del sogno della psicomotricità diffusa e d integrata nella scuola anche in Italia

Dott.ssa Madella Elisabetta, pedagogista, psicomotricista, studio Scioglinodo

Mio figlio è disgrafico???

Pubblicato il 02 febbraio 2015 alle 09.31 Comments commenti (4685)

Mio figlio è disgrafico???

Che cos’è la disgrafia e cosa possono osservare i genitori

 
La disgrafia è, tra i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), quello che vede nella componente psicomotoria la sua causa primaria ed anche... la sua prima risorsa per il recupero!

La disgrafia consiste nella difficoltà di riprodurre numeri (tipici i ribaltamenti) e lettere e nella difficoltà di gestire lo spazio grafico del foglio (grandezze non omogenee, scritture in salita, in discesa, parole non allineate, distribuzione non regolare dei testi nella pagina....).

 Non è da confondersi con la disortografia alla quale è associata solo talvolta in forma “pura”; più spesso ne è, invece, causa data l’impossibilità di rilettura e di autocorrezione.
Il bambino o l’adulto disgrafico può manfestare, inoltre, difficoltà nel calcolo in colonna per la disorganizzazione dell’incolonnamento (non per discalculia!).

 

Le possibili cause della disgrafia possono essere:

  • una didattica carente del pregrafismo nella Scuola dell'Infanzia;
  • l'insegnamento della scrittura fatto in modo frettoloso e senza avere un'indicazione di come svolgere ogni singola lettere per poi arrivare al collegamento delle lettere corsive per costruire le sillabe e le parole;
  • l'insegnamento della scrittura troppo precocemente e/o un’immaturità psicomotoria: la capacità dell'atto scrittorio richiede la maturazione e l'acquisizione dello schema corporeo, l'organizzazione spazio- temporale, la scelta della mano scrivente e quindi il buon procedere del processo di lateralizzazione, una buona coordinazione motoria, un buon equilibrio;
  • una risposta di un disagio affettivo-relazionale;
  • il mancinismo;
  • difficoltà di coordinazione oculo-manuale;
  • l'uso scorretto dello strumento per scrivere e una postura errata;
  • difficoltà nella regolazione tonica;
  • alcuni danni neurologici minimi.

 
Spesso (ma non sempre) il bambino o la bambina disgrafico presenta un impaccio motorio più globale (di varia entità e più o meno evidente).
E'bene ricordare che si può parlare di disgrafia in assenza di deficit sensoriali (ad esempio problemi visivi) o motori che rendano l'atto dello scrivere difficoltoso.

La diagnosi di disgrafia, possibile all’interno di un’equipe multidisciplinare, è tra le più tardive (non prima della terza elementare) in quanto si riconosce al bambino un tempo necessario di apprendimento, esercizio, maturazione e in quanto si riconosce la grande influenza della didattica nell’apprendimento personale della scrittura. Ciò comporta da una parte una maggior sicurezza nell’eventuale diagnosi ma dall’altro il rischio di sottovalutare le manifestazioni di difficoltà, ritardando interventi professionali, anche semplici, che se attivati nei primi anni, indubbiamente più sensibili, della scuola primaria possono far rientrare, in manierasignificativa il disturbo o comunque impedire che il disturbo diventi un problema (problema per la motivazione allo studio, problema per l'autostima, problema per la socializzazione, problema per la maturazione generale)!

 

E i genitori cosa possono osservare e cosa possono fare?

  • il corpo spesso si posiziona in modo esageratamente inclinato, talvolta addirittura il bambino si sdraia sul foglio
  • lo strumento grafico viene impugnato con un presa non corretta (quella corretta è a pinza pollice-indice e appoggio sul medio)
  • la mano che solitamente tiene il quaderno viene posizionata altrove o diventa un appoggio per la testa, minando l'equilibrio generale del corpo oppure vierne impegnata in compiti parassiti (il bambino che mentre scrive con la destra muove/giochicchia/entra in tensione con la sinistra o viceversa)
  • il foglio viene posizionato in modo eccessivamente inclinato (ben oltre i 30° considerati fisiologici)
  • non vengono rispettati i limiti del foglio o la spaziatura fra righe, parole o lettere
  • la scrittura è molto grande o molto piccola, spesso irregolare
  • la pressione è eccessivamente forte o debole
  • la mano è “bloccata” e il braccio fatica a scorrere, muovendosi “a scatti”
  • la direzionalità del segno è alterata
  • le lettere non sono legate fra loro: il corsivo assomiglia ancora ad una giustapposizione di lettere come nello stampato (un corsivo che non corre...)
  • fatica o dolore alla mano, al braccio e/o alla spalla  causa di una forte tensione e di un coinvolgimento ancora globale del corpo
  • il proprio bambino non trova motivazione e soddisfazione nell’apprendimento della nuova competenza del saper scrivere 


 Il genitore che si accorge che il proprio bambino non sta maturando una grafia secondo aspettative, senza allarmismi eccessivi, se consapevole, ha la possibilità di guardare al proprio figlio con occhi diversi, forse nuovi perché la scrittura è il modo principe di lasciare le tracce nel mondo e nella vita. Un bambino che non riesce a scrivere va aiutato e supportato perché la su grafia non menta e riesca a parlare di lui/lei in maniera sempre più soddisfacente e corrispondente con l’immagine di sé.

Dott.ssa Madella Elisabetta, pedagogista, psicomotricista, mediatrice familiare, insegnante massaggio infantile dello Studio Scioglinodo


I giocattoli: scelta e proposta

Pubblicato il 15 dicembre 2014 alle 06.35 Comments commenti (4387)
10 Suggerimenti per la scelta e la proposta dei giocattoli
 
Prima di avviare questo breve decalogo è necessario ricordarci di una differenza che il nostro uso della lingua italiana spesso ci fa dimenticare: il giocattolo non è un gioco, pertanto....avere a disposizione giocattoli non implica l'azione del giocare ed il giocare non ha necessariamente bisogno di un giocattolo!

1 Giochi che stimolino al movimento
Fornisci al tuo bambino giochi che invitino al movimento: giochi grandi (anche un semplice scatolone), non strutturati (corde, bolle…), tricicli, biciclette e mettilo nella condizione di poter muoversi liberamente

2 Pensa al tuo bambino e non a te bambino!
La scelta del giocattolo va fatta in base all’ indole del bambino. Cerca di evitare di proporgli quello che...: «…se ce lo avessi avuto io!»

3 Sporcarsi e lasciare tracce nel mondo
Permetti al tuo bambino di sporcarsi e di sporcare (non sempre e dovunque ovviamente!) durante il suo giocare. Mettigli a disposizione materiali grafici (dalle tempere al legnetto nella sabbia), di manipolazione (pasta, farine, sabbia) e sensoriali anche quando sarà più grande. Lo «sporco» è segno evidente del nostro essere al mondo e della nostra energia vitale in azione.

4 Sii un consumatore consapevole
Il marketing ludico è in forte crescita: ricordati che la pubblicità induce bisogni che prima non c’erano e ricordati che il prezzo dell’oggetto non è in alcun modo legato alla gioia del suo utilizzo! Anche oggetti non nati come giocattoli lo possono diventare.







5 Giochi aggressivi
Non demonizzare pistole, archi, frecce,  bastoni: giocare la naturale aggressività è il modo unico che il bambino ha per riconoscerla e gestirla; è un bisogno che va riconosciuto e non soppresso.







6 I giochi intelligenti
Non esagerare nella proposta di giochi intelligenti o didattici: il bambino impara ad apprendere e a mettere relazioni fingendo, imitando, costruendo e distruggendo. I contenuti e le specializzazioni verranno dopo.

7 Non c’è genere nel giocare!
Non limitare la scelta ai giochi da maschietto o da femminuccia. L’identificazione sessuale passa da processi relazionali profondi e non dalla propensione per la cucina o per i pirati! L’avventura è anche femminile come la cura è anche maschile.
 
8 Riconoscibilita’ e accessibilità
Poni attenzione a come proponi i giocattoli: per essere utilizzati devono essere raggiungibili in autonomia. Dividili in contenitori, magari trasparenti o identificabili ed ogni tanto cambia un po’ l’ordine di modo da dare visibilità a tutti e portare alla luce qualche vecchia novità!
Assicurati che i giocattoli e gli oggetti che metti a disposizione del tuo bambino siano facilmente e chiaramente accessibili a lui/lei.
 
9 Il giochino nella manica….
Non usare telefoni, tablet o simili per intrattenere il tuo bambino nei tempi di attesa: la socialità è fatta anche di osservazione e di stimoli da ricercare nell’ambiente autonomamente.
La noia fa parte della vita!

10 Un colpo alla botte ed una al cerchio
Se scegli di avviare il tuo bambino alle nuove tecnologie ricordati di non abusarne: problematiche ortottiche, di manualità e soprattutto attentive sono correlate con l’utilizzo di piccoli schermi e di video games. Quindi cerca di offrirgli anche tante opportunità e situazioni in cui il corpo sia coinvolto a tutto tondo e i tempi di realizzazione siano più lunghi!

Dott.ssa Madella Elisabetta, pedagogista, psicomotricista, mediatrice familiare, insegnante di massaggio infantile dello studio Scioglinodo

Del massaggio e dell'abuso

Pubblicato il 22 novembre 2014 alle 11.10 Comments commenti (1563)
Ci sono un gesto ed una parola che le insegnanti di massaggio infantile dell' IAIM in tutto il mondo invitano ad usare prima di toccare il proprio bambino:  sono le mani che si scaldano davanti agli occhi del piccolo e, per noi, la domanda "Posso?".
 Abituarsi come genitori a chiedere il PERMESSO quando si avvia un contatto così intimo come il massaggio è un grande passo nel riconoscimento che il piccolino o la piccolina che è davanti a noi è altra persona rispetto a noi e come tale può non avere le nostre stesse intezioni in quel momento. L'esperienza più forte, sia per il genitore che per il piccolo, però, è il saper accettare il NO come risposta. Il no  nei neonati e nei bambini ha bisogno di essere interpretato a partire dalle risposte comportamentali, capacità che nel nostro programma vuole essere approfondita e curata con i genitori.

Perché a questo punto parlare di abuso? Perché rompere l'idillio con un pensiero così scabroso e incomprensibile? Lo facciamo perché, per noi, insegnanti dell'IAIM, il massaggio infantile è anche un' azione di prevenzione.
Parlare di massaggio e abuso può apparire sconcertante ma per noi il massaggio è, invece,  una delle più efficaci protezioni che possiamo regalare ai nostri bambini ed al loro futuro relazionale. Abituarli a conoscere e risconoscere il TOCCO BUONO permetterà loro di discriminare quel tocco che non lo è o non lo è completamente perché  intrusivo, invadente, non in ascolto e non rispettoso.

Il tema dell'abuso è molto complesso e sfaccettato. Le azioni che le singole famiglie, le istituzioni e le comunità possono fare per prevenirlo sono sicuramente tante e diversificate. Di sicuro bambini abituati a riconoscere le proprie sensazioni emotive e corporee, abituati a relazioni e pratiche di cura chiare, saranno più pronti a fiutare le situazioni invasive come negative, saranno più pronti a reagire e saranno più sicuri nel chiedere aiuto e nel riconoscere gli adulti cui poter affidarsi per questo  stesso aiuto.

Dott.ssa Madella Elisabetta, pedagogista, psicomotricista, mediatrice familiare e insegnante AIMI dello studio Scioglinodo

DELLA CORDA OVVERO DEL DISTACCO

Pubblicato il 17 ottobre 2014 alle 18.17 Comments commenti (4559)
Separarsi da mamma o papà per  esplorare serenamente il mondo attorno è una competenza che si matura da piccoli e ad essa si farà appello in tanti passaggi della vita adulta. I suoi toni rimarranno probabilmente quelli. Quindi è sensato pensare che laddove si avvertano eccessivi problemi nel distacco dalle figure affettivamente importanti sia necessario intervenire per favorire la maturazione di modalità più serene investendo quindi  sul futuro più o meno prossimo o lontano! 

Ma come vi parliamo di separazione? Ma dal punto di vista psicomotorio ovviamente! Sicuramente in questo passaggio c'è una competenza cognitiva importante che deve consolidarsi : è  l'interiorizzazione che le cose esistono anche se non le vediamo al momento (quindi la mamma c'è anche se non la vedo). Ma per arrivare a questa competenza cognitiva l'essere umano passa dalla relazione e dalle sue tinte comunicative. Le difficoltà di separazione che si manifestano a partire dal secondo anno di vita, o dall'ottavo mese (se vogliamo   farle coincidere con l'esordio dell'angoscia dell'estraneo) possono essere una manifestazione di problematiche tonico-emozionali. . 
Di cosa stiamo parlando?...di una cosa molto semplice, istintiva, apparentemente innata: il tenere in braccio.

Quanto, e soprattutto come, teniamo in braccio il nostro bambino o  la nostra bambina nel primo anno di vita crea quella struttura tonica che il piccolo riproporrà quando dal famoso ottavo  mese, oltre a piangere davanti all'estraneo, maturerà anche la competenza per scappare, allontanarsi, tornare: il gatton gattoni!

Saper tenere in braccio un bambino non è cosa scontata e saper trasformare e adattare la propria e sua postura ai suoi momenti di sviluppo  lo è altrettanto. Osservare la propria postura, l'abituale modo di tenere, reggere, orientare il proprio bimbo, il modo di prestargli quella verticalità che ancora non è in grado di gestire da solo, il saper stare nel suo sguardo, il saper usare quelle poche parole in tono di voce rassicurante, il saper rispondere ed accogliere le sue sofferenze, le sue angosce, le sue frustrazioni con un abbraccio accogliente: ecco cosa significa buon dialogo tonico.

 Se un bambino piange perchè non si vuole staccare siamo davanti a madri e padri cattivi?
Certamente no ( al di là di situazioni estreme...)! Nel nostro lavoro con mamme, papà ed i loro bimbi abbiamo incontrato bravissimi genitori che si sono accorti delle sbavature nel balletto relazionale e le hanno trasformate in una più autentica conoscenza del proprio bambino e di sé.

E per concludere torniamo alla metafora della corda, anzi, torniamo alla manina che tiene un capo della corda (le vedete le dita? avete messo a fuoco dv'è il pollice? lo vedete il polso? ); concentriamoci sulla sua presa: è una presa capace di dosarsi  perché sufficiente per non perdere la corda e non eccessiva da ostacolare l'altra manina a legarsi (con fili di lana o di seta  stavolta) al resto del mondo. La mamma si è allontanata e non si vede più: come il bambino tiene la corda fa la differenza!

Dott.ssa Madella Elisabetta, pedagogista, psicomotricista, mediatrice familiare dello Studio Scioglinodo

DELLA CAPRIOLA E DELL'IDENTITA'

Pubblicato il 10 ottobre 2014 alle 02.14 Comments commenti (4399)

DELLA CAPRIOLA E DELL'IDENTITA'
Il bambino che per la prima volta riesce a compiere una capriola ci sta facendo vedere che sta decisamente diventando grande! La capriola non è solo una competenza motoria ma soprattutto è una competenza psic...omotoria. L'atto della capriola, infatti, presuppone di accettare di perdere i riferimenti visivi, i normali orientamenti spaziali e di concentrarsi sulla percezione del proprio corpo: riusciranno i nostri piccoli eroi a ritrovare ancora il proprio sederino quando gli diciamo "testa in giù e sedere in su!" o confonderanno i propri pezzetti in questo mondo alla rovescia?!!!
La capriola presuppone la capacità di sbilanciarsi e di trovare il coraggio dell'impulsione, presuppone che le manine riescano ad aprirsi rilassate ma forti smettendo di aggrapparsi e infine... la capriola porta con sé quella straordinaria sensazione di ritrovarsi ancora tutti interi!
Voi cosa dite? Serviranno ogni tanto nella vita la capacità di concentrarci sulla nostra sicurezza interiore invece che affidarci solo ai dati esterni? Servirà il coraggio di darsi una spinta da soli e di scoprire che abbiamo altri sostegni oltre a quelli che usiamo abitualmente? Sarà utile fissare nella memoria corporea la sensazione di non andare in pezzi anche dopo un cambiamento improvviso?

Dott.ssa Madella Elisabetta, pedagogista, psicomotricista, mediatrice familiare dello Studio Scioglinodo

DALLE SALE DI PSICOMOTRICITA'

Pubblicato il 09 ottobre 2014 alle 11.08 Comments commenti (3987)

E’ MIO!

A cavallo dei 18/24 mesi i bambini passano per la fase dell’ E’ MIO!E’ TUTTO MIO!, fase che spesso si incrocia con la stessa di un altro amichetto di famiglia dando vita a simpatiche quanto incongruenti , accese e impossibili contrattazioni. La mediazione sembra inapplicabile ed i genitori soddisfatti di aver ripreso una vita sociale dopo aver ridefinito, anche in funzione dei nuovo arrivato, le proprie reti amicali si ritrovano spiazzati davanti ai loro pargoletti che fino a poche settimane prima erano solo oggetto di complimenti e adesso cominciano, invece, ad attaccare prepotentemente il mondo. E che dire della sofferenza del genitore quando è il proprio figlioletto ad essere vittima del “soppruso”? o dell’imbarazzo quando invece è il  proprio piccolino  a impossessarsi insistentemente (magari con qualche tirata di capelli, pizzicotto, morsichino…a seconda dello stile)dell’oggetto conteso!

Come prima cosa è bene ricordarsi che passerà! Probabilmente già attorno ai due anni e mezzo la situazione sarà cambiata e attenuata soprattutto se ai bambini saranno stati forniti esempi per uscire dalla contesa. Il bisogno di possedere tutto è un BISOGNO è in quanto tale va riconosciuto come momento di crescita, come passaggio di identificazione del proprio spazio.

Il bambino vede il mondo a partire da sè e non riconosce ancora una soggettività agli altri. Per questo una delle prime cose da fare nel bel mezzo delle contese è quello di supportare il bambino in questo riconoscimento esplicitando, ad esempio, che l’altro si rattrista  se gli viene portato via il suo gioco o è felice se gli viene donato.

Gli spazi personali vanno tutelati: nelle nostre sedute “la torre tutta tua”, ad esempio è un modo di garantire uno spazio intoccabile dagli altri ( e se viene toccato, verrà rifatto…). Se l’adulto garantisce un qualcosa di esclusivo per il bambino ben presto sarà lo stesso bambino a trasferire l’esperienza del possesso anche su gli altri: “se io ho qualcosa di tutto mio anche il mio amico potrà avere qualcosa di tutto suo”.

Il baratto, il cambio, l’alternativa,  i rituali di rappacificazione sono altri strumenti da offrire ai bambini che si stanno sperimentando nelle prime relazioni tra pari.

L’ultima cosa ma che in realtà deve essere la prima è l’automonitoraggio del genitore: come sempre se noi genitori viviamo come fortemente stressante una situazione anche il bambino la sentirà tale, anzi, probabilmente ancora più amplificata, se invece, le doniamo una naturale leggerezza, anche l’emozione messa in gioco dai bambini avrà un’intensità decisamente più sopportabile anche quando l’emozione in gioco è negativa perché legata alla frustrazione.

Infine è bene ricordare la gestualità dell’affermazione E’ MIO!: l’indice dal fuori torna al cuore e pianino pianino dal MIO si passa all’IO!

Dott.ssa Elisabetta Madella, pedagogista, psicomotricista, mediatrice familiare dello Studio Scioglinodo


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